Per decenni, gli avvertimenti sul declino terminale di Hong Kong sono arrivati a ondate periodiche.
Nonostante l’apparente tristezza dell’economista americano, il partito “Hong Kong è tornata” – guidato da un governo locale ribelle – è disposto a dire il contrario. La città ha conquistato il titolo di raccolta fondi IPO lo scorso anno e si colloca dietro solo a New York e Londra nell’ultimo Z/Yen Global Financial Centers Index.
Dietro l’acceso dibattito si nasconde una domanda fondamentale: in un’era caratterizzata dallo spostamento dei flussi di capitale, dalla frammentazione geopolitica e dall’evoluzione dei quadri normativi, come può Hong Kong continuare a brillare come centro finanziario leader a livello globale?
“Hong Kong deve adattarsi a un ordine mondiale in evoluzione”, ha affermato Anthony Cheung, professore di pubblica amministrazione presso l’Università dell’Istruzione di Hong Kong. Man mano che il tradizionale ruolo di intermediario tra la Cina e i mercati globali si sgretola, ha sostenuto, la città deve fare più esplicitamente affidamento sui suoi punti di forza istituzionali per ricalibrare la sua posizione competitiva.