Tavolo Tehelka.
Nuova Delhi. La visita del presidente Donald Trump a Pechino non è solo un incontro diplomatico con il presidente cinese Xi Jinping, ma anche un importante esercizio per dissipare le nubi di una guerra sempre più profonda nell’Asia occidentale.
Il segretario di Stato americano Marco Rubio, spiegando i risultati di questa visita, ha sottolineato che, invece di essere uno spettatore, Washington si aspetta ora un “ruolo attivo” dalla Cina nella soluzione della crisi iraniana. Rubio ritiene che l’incontro tra Trump e Xi Jinping potrebbe rappresentare un punto di svolta in questa direzione.
La serietà di questo viaggio può essere compresa dal fatto che lo stesso vicepresidente cinese Han Jin ha accolto Trump all’aeroporto, il che è un onore raro nel consueto protocollo.
Spostandosi verso Pechino, Rubio ha chiarito che l’attuale posizione dell’Iran non è solo il centro dell’instabilità globale, ma anche una grave minaccia per le economie dei paesi asiatici che dipendono dalle rotte marittime per l’energia. La logica americana è semplice: se i disordini si diffondessero nel Golfo Persico, i paesi dipendenti dall’energia come la Cina ne soffrirebbero di più.
Tuttavia, le differenze erano chiaramente visibili anche su questa piattaforma diplomatica. Mentre Rubio parla di attivare la Cina, Trump ha detto nel suo stile familiare che non ha necessariamente bisogno dell’aiuto di nessuno sulla questione iraniana, e che l’America sa come farsi strada.
Tuttavia, Rubio ha definito la Cina la più grande sfida politica dell’America e ha definito il rapporto il più importante al mondo. Ha chiarito che l’America non si oppone all’ascesa della Cina, purché non avvenga a scapito degli interessi americani.
Ora è chiaro che Pechino userà la sua influenza per costringere l’Iran a fare marcia indietro, altrimenti questo incontro si limiterà alla cortesia diplomatica.